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Molti
genitori si lamentano della chiusura dei loro bambini.
“Non parla” “E’ sempre ombroso” “Vorrei che mi dicesse cosa
prova” oppure…..

“E’ tutto suo padre/ sua madre , è chiuso come lui”….”Io mi
metto con tutta la volontà ma lei/lui fa fatica a
raccontare”
Frasi comuni ,ma, cosa blocca il bambino nel comunicare i
suoi stati d’animo, le sue emozioni, le sue paure?
Poniamoci una domanda : riusciamo ad ascoltarli senza
esprimere giudizi? Ad ascoltare senza prendere posizioni,
dare consigli, a proporre frasi fatte e confezionate da
esibire ?
L’ascolto efficace deve rimandare al bambino la capacità di
capire , di cercare soluzioni personali ( è deleterio
“liquidare” le eventuali difficoltà con la ricerca di
somiglianze parentali)
Un bambino ha bisogno di essere incoraggiato ed è errato
pensare che i problemi dell’infanzia siano solo quelli
drammatici ( povertà ,maltrattamento, violenza) La
difficoltà di fare amicizia, la paura di misurarsi in
ambienti esterni,ecc , non sono di poco conto considerato
che la forza è proporzionata alla fatica. Sminuire le
difficoltà ,e/o proporsi con un ascolto sommario,impedisce
la costruzione di un dialogo e crea sfiducia nelle figure di
riferimento.
Analizziamo alcuni elementi che impediscono la relazione
empatica:
Ascoltare i fatti e non le emozioni:
ascoltare gli episodi che il bambino racconta non significa
ascoltarlo davvero. Quando un bambino è preoccupato, triste
o in difficoltà , non ha la capacità di esprimere la sua
emozione ; i suoi messaggi in codice , raramente, vengono
decifrati dall’adulto che focalizza l’attenzione sull’evento
superficiale.
E’ necessario sintonizzarsi sul versante emozionale per
“sentire” e “farsi sentire”
Postura del corpo durante l’ascolto:
Il bambino fa fatica a dire ma il suo corpo si esprime
benissimo . Di fronte ad una emozione negativa la postura
del piccolo si trasforma : è rigido , ripiegato, contratto…
La posizione dell’adulto , nell’ascolto, deve trasmettere
attenzione (proiettato verso il bambino ); una postura
rilassata e lontana, dà l’idea di essere distratti e poco
motivati ad accogliere il messaggio .
Drammatizzare :
Farsi prendere dal panico o sentirsi impotenti rispetto alla
sofferenza del piccolo , non offre validi punti di
riferimento e non stimola la fiducia nei “grandi”
La forza dell’adulto serve a facilitare lo scarico delle
tensioni evitando di moltiplicarle con le proprie ansie.
Usare i perchè:
L’uso dei perché ha il sapore dell’indagine,
dell’inquisizione, del giudizio pronto a colpire.
Porre delle domande usando “ che cosa”, “come” “ di che
cosa” , apre maggiormente al dialogo ed elimina i sensi di
colpa :
“Cosa succede”- “Cosa hai pensato quando”-“Come hai vissuto
la cosa” “Di che cosa hai paura” “Di che cosa hai
bisogno”..ecc
Si può successivamente provare a ricongiungere i dati per
avere insieme un quadro emotivo completo ( non interpretando
ma unificando le informazioni)
Successivamente si può passare a chiedere :
“Quale può essere una soluzione”
“Cosa puoi fare”
“Cosa posso fare”
“Come posso aiutarti”
La comunicazione assume un altro significato , il bambino
vive la sua difficoltà in modo attivo e sente di poter avere
delle competenze ; il problema viene vissuto, quindi, come
temporaneo e aperto alla soluzione.
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